I
principi dello ZAMLAP il jazz applicato alla vita, un po’ di blues, un po’ di rock, qualche sinfonia, una
tammuriata, uno stridore di freni, una sgommata, un coro d’angeli, una serenata
in barca al chiaro di luna, il cinguettio dell’alba, il rumore del mare sulla
scogliera, il rombo di una Harley-Davidson, la partenza di una Ferrari, lo
sferragliare di un treno merci da cento vagoni, il rotare degli elicotteri in Apocalypse
Now con la cavalcata delle Valchirie in sottofondo, un coro
gregoriano in una cattedrale gotica, la voce della mamma, il silenzio di una
vallata alpina, il borbottio di un ragù, lo sbuffare della caffettiera
napoletana, il saluto del tuo cane quando torni a casa, il sussurro dei morti nei
sogni notturni, i sospiri della tua donna mentre fai all’amore, il vagito di tuo
figlio appena nato, lo scorrere di un ruscello, il ruggito del leone della Metro Goldwyn Mayer, il grido di Tarzan, le trombe di Gerico, la risata
dell’anarchia. Zamlap non ha principi
inizia dai fini ed in essi finisce,
per rinascere, è la fenice di ogni principio,
è il nido di fiamme di ogni sapere, è l’incendio dei pensieri scritti nelle
onde del mare, è il fuoco interiore, come quello all’interno della Terra.
Zamlap è la superfice di un pianeta invisibile agli astronomi, non esiste in
cielo eppure ha un suo cielo, contiene galassie, universi, popoli senza luna e
nello stesso tempo è vuoto come la distanza siderale tra le stelle, è
macrocosmo e microcosmo, visibile ed
invisibile. L’azione è scientifica: ridurre il complicato al semplice. Il
massimo risultato con il minimo sforzo è l’economia dell’azione. I minimi mezzi
fino all’assenza di mezzi è la costante dell’agire fino al non-agire per
conseguire ogni opera senza fare: la creazione senza azione, con la sola forza
del pensiero. Così vengono create le cose eterne, quelle che esistono da sempre
solo dentro di noi, che non hanno mercato, come la luce delle stelle, sono
custodite nei forzieri celesti, i tesori in Cielo di cui parla il Vangelo.
Zamlap porta nel tempo ciò che era fuori
dal tempo, senza tempo, storicizza
l’eternità. Guarda il piccolo vedendo il grande che lo contiene. Ogni uomo è il
buco della serratura dal quale Zamlap osserva oltre la stanza chiusa, dove
l’amplesso degli archetipi primordiali genera mostri e santi. Zamlap è il
pensiero fatto linguaggio come liturgia per trasformare la materia, è
l’alchimia della volontà che sposta le montagne. Questa consapevolezza coltiva
trasformando in crogiuolo alchemico il proprio corpo. Trasforma il proprio
metallo umano nell’oro del pensiero materializzato nel linguaggio. Zamlap è
l’agricoltore della pagina bianca, l’incisore della tabula rasa, il demiurgo
della creta, l’homo faber che scheggia la selce per ricavarne la punta di
freccia, nelle sue mani tutto è arma, egli stesso è l’arma, la fionda e la
pietra che abbatte Golia. In guerra non
ha eserciti, gli angeli sono il suo
esercito, è un soldato della “buona battaglia”, sale il Calvario, è il teschio
del Golgota ai piedi della croce che aspetta la goccia di sangue del Crocifisso per rinascere dai
morti, è la Speranza. Zamlap non è mai da solo, è il credente, di notte sogna,
di giorno viaggia, si abbandona al fiume del tempo, come un cadavere nella
corrente, è la Fede. Zamlap non possiede nulla, coltiva un unico tesoro, la Verità, non gli appartiene,
ne è solo partecipe, lo spende per il prossimo, la Carità è l’unico oro del suo linguaggio. Zamlap non ha
seguaci perché non si volge indietro né per sé né per gli altri, non ci sono
strade da seguire nel suo cielo, ognuno deve trovare se stesso, per questo non
vi sono maestri ma il Maestro, quello che non ebbe mai cattedre ma parlava sulla
montagna, per strada, in mezzo alla folla, seduto a tavola come nella casa
della Maddalena o durante l’ultima cena. Zamlap
non legge libri di parole ma di
linguaggio, libri che parlano, dai quali
il pensiero si leva come una voce dalla pagina scritta. Il libro più
riuscito, in tal senso, è il Vangelo. Le parole non si leggono ma si ascoltano,
diventano voce, solo se ne sentiamo la “voce” riusciamo a comprenderne il linguaggio, a percepirne il pensiero e farlo
nostro. Solo se la parola si trasforma in linguaggio riesce a far sentire la
sua voce e a comunicare il proprio
pensiero. Viviamo in un’epoca dove una
sovrabbondanza di parole ci invade
attraverso i più svariati mezzi di comunicazione ma pochissime riescono a far
sentire la loro voce perché sono vuote di pensiero. L’assenza di pensiero rende
muto il linguaggio, priva di suono le parole, non dà alcun significato alle
immagini. Le attività intellettuali oggi sono prive di Carità perché non sono
al servizio della Verità e questo le svuota di senso. I sapienti stessi, per
questo, sono confusi, lo resteranno in eterno. Le cattedre spargono confusione
e complicazione, non portano alcuna chiarezza e semplificazione ma moltiplicano
le incertezze della conoscenza, l’oscurità delle soluzioni, la precarietà delle
realizzazioni, le fragilità dell’agire. La strada per uscire da questa
situazione è quella tradizionale, seguita da sempre, quella dei costruttori di
civiltà, l’imitazione di Cristo, spiegata, nell’omonimo libro, da Tommaso da
Kempis. Non scimmiottare Dio come fa satana, ma imitare il Dio fatto uomo, il
Cristo, fino alla sommità del Calvario, salendo con Lui sulla croce,
riconoscendo in questo la più alta realizzazione della Carità, saldi nella Fede
della Risurrezione. Zamlap coltiva e pratica la giovinezza :.. Introíbo ad altàre Dei. Ad Deum qui laetificat
juventùtem meam. “ Vicino a Dio che
fa lieta la mia giovinezza.” ( Ordinario della Messa) E’ la prossimità con Dio
che mantiene eternamente giovani. Un autore anonimo ha scritto: Sei vecchio quando…non quando hai una certa
età, ma quando hai certi pensieri; quando ricordi le disgrazie e i tanti torti
subiti, dimenticando le gioie che hai gustato e i doni che la vita ti ha dato.
Sei vecchio quando ti danno fastidio i bambini che giocano e corrono, i giovani
che si baciano. Sei vecchio quando continui a dire che bisogna tenere i piedi
per terra e hai cancellato dalla tua vita la fantasia, il rischio, la poesia,
la musica. Sei vecchio quando non gusti più il canto degli uccelli, l’azzurro
dei cieli, il sapore del pane, la freschezza dell’acqua, la bellezza dei fiori.
Sei vecchio quando pensi che sia finita per te la stagione della speranza e
dell’amore. Sei vecchio quando pensi alla morte come al calar nella tomba
invece che come salire verso il cielo. Se invece AMI,SPERI,RIDI, allora Dio
allieta la tua giovinezza anche se hai novant’anni. Zamlap vive l’eterna giovinezza, conosce
la porta per varcare la soglia del tempo, ha consapevolezza dell’eterno, vive
del dono di sé, si inserisce nel fluire eterno delle stelle, allunga la mano al
cielo e lo tocca, vive la poesia come pratica quotidiana, canta in versi liberi scritti nella luce, persegue l’inutile come forma d’arte, ascolta
la voce dei pianeti sparsi nell’infinito siderale dentro di noi, annulla l’utilità
dell’azione per trasformarla in arte, possiede il nulla per trasformarlo in
essenziale. Le sensazioni ed il loro passato sono
la sfuggente, transeunte, fluttuante materia inesistente, storicizzata dall’azione
come ricordo, per ricostruire le fratture del passato con il presente e costruire
un ponte per il futuro. Questa fresca brezza mattutina carezza la pelle, quanto
cammino ha fatto per giungere a me, non passa oltre, diventa mia nel ricordo ed
ora lo è per sempre, è un evento storicizzato dall’azione della parola. E’ il
miracolo della parola attraverso la liturgia del racconto. Solo il dolore ci
pone in contraddizione con i nostri ricordi, è lo straniero armato entrato
nella nostra casa di carne, ci combatte con armi fisiche e psichiche, distrugge
l’armonia della pace fatta di assenza di sensazioni, l’atarassia. Il dolore ci
rende estranei a noi stessi ma non si può distruggere la casa per liberarsene,
bisogna farselo amico, accettarlo come compagno dell’esistenza se non possiamo
liberacene. La compagnia del dolore è l’abito indossato dall’uomo che si scopre
nudo dopo il peccato originale. Il dolore è la consapevolezza della nostra
nudità, ci ricorda che abbiamo perduto il paradiso e siamo nudi in una valle di
lacrime. Zamlap si veste di dolore come il torero che entra nell’arena, come il
sacerdote che sale all’altare. Zamlap è l’uomo in frak, con il papillon di seta
blu, un cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di
cristallo, la gardenia nell’occhiello, è l’abito del suo dolore, ma non si tuffa nell’acqua del fiume per
annegarvi ma in quella della vita per navigarla, con il volo elegante dell’albatros, al di sopra della mota
della perduta gente ( Dante -Canto
III dell’Inferno), è il principe delle nuvole, abita nelle
tempeste, irride l’arciere, esule sulla terra tra gli scherni, non riesce a
camminare per le sue ali di gigante (da L’albatros
di Charles Baudelaire). Zamlap ha per principio il sublime come indeterminazione
fatta più di ciò che è sottinteso che di quello che è manifestato;
l’inquietudine razionalizzata con
l’ottimismo dell’azione liberata dall’agire, lascia fare a Dio quanto è utile,
tenendo per sé solo la fatica dell’inutile, come espiazione della colpa
originale.
( Letture consigliate:
Dante : III canto dell’Inferno; C.Baudelaire
L’albatros; Tommaso Da Kempis L’imitazione di Cristo; Fernando Pessoa Il libro dell’inquietudine )









































