domenica 29 novembre 2015

I principi dello ZAMLAP il jazz applicato alla vita, un po’ di blues, un po’ di rock, qualche sinfonia, una tammuriata, uno stridore di freni, una sgommata, un coro d’angeli, una serenata in barca al chiaro di luna, il cinguettio dell’alba, il rumore del mare sulla scogliera, il rombo di una Harley-Davidson, la partenza di una Ferrari, lo sferragliare di un treno merci da cento vagoni, il rotare degli elicotteri in Apocalypse Now con la cavalcata delle Valchirie in sottofondo, un coro gregoriano in una cattedrale gotica, la voce della mamma, il silenzio di una vallata alpina, il borbottio di un ragù, lo sbuffare della caffettiera napoletana, il saluto del tuo cane quando torni a casa, il sussurro dei morti nei sogni notturni, i sospiri della tua donna mentre fai all’amore, il vagito di tuo figlio appena nato, lo scorrere di un ruscello, il ruggito del leone della Metro Goldwyn Mayer, il grido di Tarzan, le trombe di Gerico, la risata dell’anarchia. Zamlap non ha principi inizia dai fini ed in essi finisce, per rinascere, è la fenice di ogni principio, è il nido di fiamme di ogni sapere, è l’incendio dei pensieri scritti nelle onde del mare, è il fuoco interiore, come quello all’interno della Terra. Zamlap è la superfice di un pianeta invisibile agli astronomi, non esiste in cielo eppure ha un suo cielo, contiene galassie, universi, popoli senza luna e nello stesso tempo è vuoto come la distanza siderale tra le stelle, è macrocosmo e microcosmo, visibile ed invisibile. L’azione è scientifica: ridurre il complicato al semplice. Il massimo risultato con il minimo sforzo è l’economia dell’azione. I minimi mezzi fino all’assenza di mezzi è la costante dell’agire fino al non-agire per conseguire ogni opera senza fare: la creazione senza azione, con la sola forza del pensiero. Così vengono create le cose eterne, quelle che esistono da sempre solo dentro di noi, che non hanno mercato, come la luce delle stelle, sono custodite nei forzieri celesti, i tesori in Cielo di cui parla il Vangelo. Zamlap porta nel tempo ciò che era fuori dal tempo, senza tempo, storicizza l’eternità. Guarda il piccolo vedendo il grande che lo contiene. Ogni uomo è il buco della serratura dal quale Zamlap osserva oltre la stanza chiusa, dove l’amplesso degli archetipi primordiali genera mostri e santi. Zamlap è il pensiero fatto linguaggio come liturgia per trasformare la materia, è l’alchimia della volontà che sposta le montagne. Questa consapevolezza coltiva trasformando in crogiuolo alchemico il proprio corpo. Trasforma il proprio metallo umano nell’oro del pensiero materializzato nel linguaggio. Zamlap è l’agricoltore della pagina bianca, l’incisore della tabula rasa, il demiurgo della creta, l’homo faber che scheggia la selce per ricavarne la punta di freccia, nelle sue mani tutto è arma, egli stesso è l’arma, la fionda e la pietra che  abbatte Golia. In guerra non ha eserciti, gli angeli sono il suo esercito, è un soldato della “buona battaglia”, sale il Calvario, è il teschio del Golgota ai piedi della croce che aspetta la goccia di  sangue del Crocifisso per rinascere dai morti, è la Speranza. Zamlap non è mai da solo, è il credente, di notte sogna, di giorno viaggia, si abbandona al fiume del tempo, come un cadavere nella corrente, è la Fede. Zamlap non possiede nulla, coltiva un  unico tesoro, la Verità, non gli appartiene, ne è solo partecipe, lo spende per il prossimo, la Carità è  l’unico oro del suo linguaggio. Zamlap non ha seguaci perché non si volge indietro né per sé né per gli altri, non ci sono strade da seguire nel suo cielo, ognuno deve trovare se stesso, per questo non vi sono maestri ma il Maestro, quello che non ebbe mai cattedre ma parlava sulla montagna, per strada, in mezzo alla folla, seduto a tavola come nella casa della Maddalena o durante l’ultima cena. Zamlap  non legge libri di  parole ma di linguaggio, libri che parlano, dai quali  il pensiero si leva come una voce dalla pagina scritta. Il libro più riuscito, in tal senso, è il Vangelo. Le parole non si leggono ma si ascoltano, diventano voce, solo se ne sentiamo la “voce” riusciamo a comprenderne il linguaggio, a percepirne il pensiero e farlo nostro. Solo se la parola si trasforma in linguaggio riesce a far sentire la sua voce e a comunicare il proprio pensiero. Viviamo in un’epoca dove  una sovrabbondanza  di parole ci invade attraverso i più svariati mezzi di comunicazione ma pochissime riescono a far sentire la loro voce perché sono vuote di pensiero. L’assenza di pensiero rende muto il linguaggio, priva di suono le parole, non dà alcun significato alle immagini. Le attività intellettuali oggi sono prive di Carità perché non sono al servizio della Verità e questo le svuota di senso. I sapienti stessi, per questo, sono confusi, lo resteranno in eterno. Le cattedre spargono confusione e complicazione, non portano alcuna chiarezza e semplificazione ma moltiplicano le incertezze della conoscenza, l’oscurità delle soluzioni, la precarietà delle realizzazioni, le fragilità dell’agire. La strada per uscire da questa situazione è quella tradizionale, seguita da sempre, quella dei costruttori di civiltà, l’imitazione di Cristo, spiegata, nell’omonimo libro, da Tommaso da Kempis. Non scimmiottare Dio come fa satana, ma imitare il Dio fatto uomo, il Cristo, fino alla sommità del Calvario, salendo con Lui sulla croce, riconoscendo in questo la più alta realizzazione della Carità, saldi nella Fede della Risurrezione. Zamlap coltiva e pratica la giovinezza :.. Intrbo ad altàre Dei. Ad Deum qui laetificat juventùtem meam. “ Vicino a Dio che fa lieta la mia giovinezza.” ( Ordinario della Messa) E’ la prossimità con Dio che mantiene eternamente giovani. Un autore anonimo ha scritto: Sei vecchio quando…non quando hai una certa età, ma quando hai certi pensieri; quando ricordi le disgrazie e i tanti torti subiti, dimenticando le gioie che hai gustato e i doni che la vita ti ha dato. Sei vecchio quando ti danno fastidio i bambini che giocano e corrono, i giovani che si baciano. Sei vecchio quando continui a dire che bisogna tenere i piedi per terra e hai cancellato dalla tua vita la fantasia, il rischio, la poesia, la musica. Sei vecchio quando non gusti più il canto degli uccelli, l’azzurro dei cieli, il sapore del pane, la freschezza dell’acqua, la bellezza dei fiori. Sei vecchio quando pensi che sia finita per te la stagione della speranza e dell’amore. Sei vecchio quando pensi alla morte come al calar nella tomba invece che come salire verso il cielo. Se invece AMI,SPERI,RIDI, allora Dio allieta la tua giovinezza anche se hai novant’anni. Zamlap vive l’eterna giovinezza, conosce la porta per varcare la soglia del tempo, ha consapevolezza dell’eterno, vive del dono di sé, si inserisce nel fluire eterno delle stelle, allunga la mano al cielo e lo tocca, vive la poesia come pratica quotidiana, canta in  versi liberi scritti nella luce,  persegue l’inutile come forma d’arte, ascolta la voce dei pianeti sparsi nell’infinito siderale dentro di noi, annulla l’utilità dell’azione per trasformarla in arte, possiede il nulla per trasformarlo in essenziale. Le sensazioni ed il loro passato sono la sfuggente, transeunte, fluttuante materia inesistente, storicizzata dall’azione come ricordo, per ricostruire le fratture del passato con il presente e costruire un ponte per il futuro. Questa fresca brezza mattutina carezza la pelle, quanto cammino ha fatto per giungere a me, non passa oltre, diventa mia nel ricordo ed ora lo è per sempre, è un evento storicizzato dall’azione della parola. E’ il miracolo della parola attraverso la liturgia del racconto. Solo il dolore ci pone in contraddizione con i nostri ricordi, è lo straniero armato entrato nella nostra casa di carne, ci combatte con armi fisiche e psichiche, distrugge l’armonia della pace fatta di assenza di sensazioni, l’atarassia. Il dolore ci rende estranei a noi stessi ma non si può distruggere la casa per liberarsene, bisogna farselo amico, accettarlo come compagno dell’esistenza se non possiamo liberacene. La compagnia del dolore è l’abito indossato dall’uomo che si scopre nudo dopo il peccato originale. Il dolore è la consapevolezza della nostra nudità, ci ricorda che abbiamo perduto il paradiso e siamo nudi in una valle di lacrime. Zamlap si veste di dolore come il torero che entra nell’arena, come il sacerdote che sale all’altare. Zamlap è l’uomo in frak, con il papillon di seta blu, un cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello, è l’abito del suo dolore, ma  non si tuffa nell’acqua del fiume per annegarvi ma in quella della vita per navigarla, con il volo  elegante dell’albatros, al di sopra della mota della perduta gente ( Dante -Canto III dell’Inferno), è il principe delle nuvole, abita nelle tempeste, irride l’arciere, esule sulla terra tra gli scherni, non riesce a camminare per le sue ali di gigante (da L’albatros di Charles Baudelaire). Zamlap ha per principio il sublime come indeterminazione fatta più di ciò che è sottinteso che di quello che è manifestato; l’inquietudine razionalizzata  con l’ottimismo dell’azione liberata dall’agire, lascia fare a Dio quanto è utile, tenendo per sé solo la fatica dell’inutile, come espiazione della colpa originale.

( Letture consigliate: Dante : III canto dell’Inferno; C.Baudelaire L’albatros; Tommaso Da Kempis L’imitazione di Cristo; Fernando Pessoa Il libro dell’inquietudine )          



 Lo Studio “Zamlap” con il suo staff occasionale progetta installazioni e collocazioni museali non convenzionali,  realizza opere esclusive per collezioni private, crea design, è moda, letteratura, poesia, opera d’arte vissuta, teatro di formazione, scienza antiaccademica e  non riconosciuta..





 
LO STILE ZAMLAP
Si indossa sotto la pelle o il pelo

E’ l’esercizio costante della  vigile falsificazione popperiana di qualsiasi stile, ispirata all’anarchismo epistemologico, esercitato nell’ordinario fantastico quotidiano, “sfottò” esistenziale, pernacchia metafisica, risata iper-omerica, elegante, raffinato, silente manico d’ombrello estemporaneo, al destino cinico e baro, alla guerra fuori dalle lenzuola, alla mezza cultura, ai piccoli torquemada della burocrazia, al potere dei politicanti di cartone, ai  ladri arricchiti e ricchi ladri, alle puttane devote, all’assassino pietoso, all’usuraio onesto, all’amico dell’operaio, in breve, un calcio, dove non batte il sole, ai  paraculi, di ogni ordine e grado,  appostati  nella palude insieme  ai coccodrilli per azzannare l’uomo.

In occasione del raggiungimento del traguardo del 50° numero

Siamo stati nuvola, è l’ora della tempesta, il fulmine della verità squarcia la nuvolaglia delle tenebre, il tuono del risorto si fa vento visibile nelle chiome squassate delle foreste. “Zamlap”  non ha alcun stile definito o definibile, è lo stile pragmatico  al di là del visibile e dell’invisibile, dell’imponderabile, dell’indeterminabile, dell’imprevedibile, al di qua dell’umano, è l’ordine temuto dal caos, è l’affermazione dell’esistenza quando la verità diventa tangibile, come la terra sotto i piedi, alta come il cielo sopra di noi, incommensurabile come gli abissi delle acque, pesante come la notte portata dalle eclissi, leggera come la piuma sulla bilancia del giudizio celeste. Lo stile si afferma come la verità per evidenza ed è superiore ad essa perché esiste senza bisogno di dimostrazione, si vede ad occhi chiusi, è il persistente  chiarore del sole al cadere delle tenebre, la pennellata di luce intangibile dalla notte. Zamlap nega ogni stile per affermarlo, in coerenza all’imponderabile, all’invisibile, al mistero insondabile, è l’oblio di ogni stile per perdersi in tutti gli stili, in una metamorfosi da far arrossire di vergogna un camaleonte e diventare calvo un uccello del paradiso. Zamlap è stile insincero per onestà in tal  modo da consentire alla verità di essere vitale, come mettere  barba e baffi  alla Gioconda,  ne svela il segreto aggiungendo un essenziale visibile senza annullare il mistero dell’invisibile. La dimensione spirituale è il contenuto ricercato dallo stile nell’azione. Fare il nodo alla cravatta esprime il concetto con la banalità dell’essenziale. Non fa mai lo sforzo superiore alle proprie stille di sudore. E’ connaturata la facilità come proprio attributo naturale. Una caratteristica riscontrabile nella Creazione dove ogni cosa avviene spontaneamente, quindi, naturalmente. Lo stile agisce in conformità alla propria natura, fatto a misura per il proprio agire, perfetto per questo, non ha mai la fronte imperlata di goccioline, il fiatone, il viso contratto dallo sforzo, l’occhio stravolto, la lingua penzoloni. Non c’è nulla che possa affaticarlo, lo stile riposa, la sua forza non è mai nuda ma vestita di calma si trasforma nella eleganza dell’azione d’acciaio sotto il mantello di velluto. Può nascondersi nel costume del clown il corpo di Cristo flagellato alla colonna. Lo stile “Zamlap” è maschera di comico quando più è triste  il mondo ed è necessario irriderne la malvagità e prendersi gioco della stoltezza feroce. Ci si veste della pelle delle belve uccise, la testa della medusa orna il nostro scudo, lo stile è ostentazione di trofei. S
















'addice soltanto ai guerrieri, a quanti combattono e vincono. I perdenti non hanno stile, la sconfitta è sincera e la sincerità è la morte dello stile. La menzogna bellica, quella consentita anche nelle guerre d’amore, è la sola a rendere invincibile il proprio stile. Per questo prima di avere un nostro stile dobbiamo costruirci la nostra personale menzogna, dobbiamo decidere quello che non vogliamo essere per mentire, palesemente, a noi stessi, e, segretamente, agli altri, che alla fine possiamo anche ignorare per insignificanza. Lo stile si specchia solo in se stesso, a differenza di Narciso, non ha bisogno di alcun lago dove ammirarsi.  La lista del non-essere è infinita ma  si riduce ad una sola voce, la volontà positiva di essere solo noi stessi. Tante cose non vogliamo ma una soltanto è quella che vogliamo:  il multiforme, il contraddittorio essere nel non-essere, la falsificazione sistematica delle certezze date per quelle conquistate, non scartare mai la possibilità che possano essere erronee e considerare l’errore soltanto una tappa, la stazione anche  dolorosa della salita alla vetta. Lo stile si perfeziona fino ad identificarsi con il nulla per non pesare, per avere la leggerezza del sogno, per operare il miracolo di fare tutto con l’esclusivo nulla. Solo così il proprio stile lo si conquista per sempre, diversamente diventa  la condanna di Sisifo allo sforzo inutile,  a simboleggiare la vigilanza su se stessi come un macigno,  da portare fino alla cima per rotolare in basso e poi risalire, all’infinito o fino alla rinunzia.  Lo stile per questo  è una condanna da cui ci si libera per dominarlo soltanto se si rinunzia alla verità dell’oggi per aver in cambio la verità di sempre. Lo stile così acquista la sua caratteristica essenziale di essere senza tempo, al di là del tempo, ammantato dell’aura dell’eterno. Lo stile di oggi è la verità di ieri che sarà domani. Questo ci consente di avere dei punti di riferimento non esistenti nel presente ma appartenenti al passato e creati per il futuro. Non è possibile chiamarli per nome, appaiono come la nebbia dopo una fredda giornata di sole autunnale. Sono fantasmi, presenze, si rivelano solo a chi vogliono. Vanno e vengono, appaiono e scompaiono. Ci consigliano, danno l’ultimo ritocco all’immagine, quello da maestro. E l’aura intorno risplende, la parola nasce sotto le dita, il colore si forma nel dipinto, si trova il verso giusto, appare la visione sempre cercata, si indovina l’abbinamento impossibile, l’idea si fa azione, ci convinciamo della magia ma è soltanto  padronanza dello stile, del proprio stile . Siamo in sintonia con la poesia dell’Universo, balliamo al passo della sua musica, danziamo la sua danza, il nostro cuore è all’unisono con quello degli angeli. Siamo pronti per la metamorfosi della nostra umana materia. E’ solo questione di stile. Non lo si afferma per scelta, è sacrificio delle incrostazioni convenzionali, prudenti, accettate, dei convenevoli intellettuali, delle concordate cortesie per ospiti armati di microbi letali. Non ci poniamo domande sulle illusioni. Lo stile non chiede mai, a nessuno. Non ha domande, distrugge le risposte. E’ il silenzio la sua voce, piena di ogni suono, come il nero di tutti i colori, assorbe la luce dell’arcobaleno a segnalare la presenza del tesoro seppellito nel suo cuore.                            
 Lo Studio “Zamlap” con il suo staff progetta installazioni e collocazioni museali, realizza opere per collezioni private, crea design, è moda, letteratura, poesia, opera d’arte vissuta, teatro di formazione. Picasso disse:  Datemi un museo, ve lo riempio. “Zamlap” dice:  Nessun museo è pieno senza Zamlap.  Gorge Sand disse a Flaubert: Talento, volontà, genio, sono fenomeni naturali come un lago, un vulcano, una montagna, il vento, una stella, una nuvola. Zamlap dice: Quello che in un tempo immemorabile è stato un lago, un vulcano, una montagna, un pianeta, una stella, una galassia, una nuvola, una tigre delle nevi, un elfo, un delfino, una tempesta, oggi è Zamlap.  Picasso disse: Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso. Zamlap dice: Ho voluto essere me stesso e sono diventato Zamlap”.