ZamlapStyle:
Lo stile è ciò che non si può dimenticare. Ecco p...: Lo stile è ciò che non si può dimenticare. Ecco perché potevano mettere Willem de Kooning davanti ad una tela quando non riusciva più né ...
ZamlapStyle
Uno stile di vita, di pensiero, di azione, di relazione...
giovedì 31 marzo 2016
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| Gennaio 2015 la festa dei 90 anni di papà, un uomo dallo stile inossidabile ed immutato nel tempo |
lo stile è una lezione che l'uomo deve imparare per se stesso......
LO STILE, NEUROLOGICAMENTE PARLANDO, E' LA PARTE PIÙ PROFONDA DELL'ESSERE E PUÒ VENIRE PRESERVATO, QUASI FINO ALLA FINE, ANCHE IN CASO DI DEMENZA. ( Oliver Sacks)
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| Mio padre nel 1954 all'età di 29 anni. Oggi ne ha 91, è affetto da demenza senile ma il suo stile è rimasto immutato. |
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| Un'opera di de Kooning |
domenica 29 novembre 2015
I
principi dello ZAMLAP il jazz applicato alla vita, un po’ di blues, un po’ di rock, qualche sinfonia, una
tammuriata, uno stridore di freni, una sgommata, un coro d’angeli, una serenata
in barca al chiaro di luna, il cinguettio dell’alba, il rumore del mare sulla
scogliera, il rombo di una Harley-Davidson, la partenza di una Ferrari, lo
sferragliare di un treno merci da cento vagoni, il rotare degli elicotteri in Apocalypse
Now con la cavalcata delle Valchirie in sottofondo, un coro
gregoriano in una cattedrale gotica, la voce della mamma, il silenzio di una
vallata alpina, il borbottio di un ragù, lo sbuffare della caffettiera
napoletana, il saluto del tuo cane quando torni a casa, il sussurro dei morti nei
sogni notturni, i sospiri della tua donna mentre fai all’amore, il vagito di tuo
figlio appena nato, lo scorrere di un ruscello, il ruggito del leone della Metro Goldwyn Mayer, il grido di Tarzan, le trombe di Gerico, la risata
dell’anarchia. Zamlap non ha principi
inizia dai fini ed in essi finisce,
per rinascere, è la fenice di ogni principio,
è il nido di fiamme di ogni sapere, è l’incendio dei pensieri scritti nelle
onde del mare, è il fuoco interiore, come quello all’interno della Terra.
Zamlap è la superfice di un pianeta invisibile agli astronomi, non esiste in
cielo eppure ha un suo cielo, contiene galassie, universi, popoli senza luna e
nello stesso tempo è vuoto come la distanza siderale tra le stelle, è
macrocosmo e microcosmo, visibile ed
invisibile. L’azione è scientifica: ridurre il complicato al semplice. Il
massimo risultato con il minimo sforzo è l’economia dell’azione. I minimi mezzi
fino all’assenza di mezzi è la costante dell’agire fino al non-agire per
conseguire ogni opera senza fare: la creazione senza azione, con la sola forza
del pensiero. Così vengono create le cose eterne, quelle che esistono da sempre
solo dentro di noi, che non hanno mercato, come la luce delle stelle, sono
custodite nei forzieri celesti, i tesori in Cielo di cui parla il Vangelo.
Zamlap porta nel tempo ciò che era fuori
dal tempo, senza tempo, storicizza
l’eternità. Guarda il piccolo vedendo il grande che lo contiene. Ogni uomo è il
buco della serratura dal quale Zamlap osserva oltre la stanza chiusa, dove
l’amplesso degli archetipi primordiali genera mostri e santi. Zamlap è il
pensiero fatto linguaggio come liturgia per trasformare la materia, è
l’alchimia della volontà che sposta le montagne. Questa consapevolezza coltiva
trasformando in crogiuolo alchemico il proprio corpo. Trasforma il proprio
metallo umano nell’oro del pensiero materializzato nel linguaggio. Zamlap è
l’agricoltore della pagina bianca, l’incisore della tabula rasa, il demiurgo
della creta, l’homo faber che scheggia la selce per ricavarne la punta di
freccia, nelle sue mani tutto è arma, egli stesso è l’arma, la fionda e la
pietra che abbatte Golia. In guerra non
ha eserciti, gli angeli sono il suo
esercito, è un soldato della “buona battaglia”, sale il Calvario, è il teschio
del Golgota ai piedi della croce che aspetta la goccia di sangue del Crocifisso per rinascere dai
morti, è la Speranza. Zamlap non è mai da solo, è il credente, di notte sogna,
di giorno viaggia, si abbandona al fiume del tempo, come un cadavere nella
corrente, è la Fede. Zamlap non possiede nulla, coltiva un unico tesoro, la Verità, non gli appartiene,
ne è solo partecipe, lo spende per il prossimo, la Carità è l’unico oro del suo linguaggio. Zamlap non ha
seguaci perché non si volge indietro né per sé né per gli altri, non ci sono
strade da seguire nel suo cielo, ognuno deve trovare se stesso, per questo non
vi sono maestri ma il Maestro, quello che non ebbe mai cattedre ma parlava sulla
montagna, per strada, in mezzo alla folla, seduto a tavola come nella casa
della Maddalena o durante l’ultima cena. Zamlap
non legge libri di parole ma di
linguaggio, libri che parlano, dai quali
il pensiero si leva come una voce dalla pagina scritta. Il libro più
riuscito, in tal senso, è il Vangelo. Le parole non si leggono ma si ascoltano,
diventano voce, solo se ne sentiamo la “voce” riusciamo a comprenderne il linguaggio, a percepirne il pensiero e farlo
nostro. Solo se la parola si trasforma in linguaggio riesce a far sentire la
sua voce e a comunicare il proprio
pensiero. Viviamo in un’epoca dove una
sovrabbondanza di parole ci invade
attraverso i più svariati mezzi di comunicazione ma pochissime riescono a far
sentire la loro voce perché sono vuote di pensiero. L’assenza di pensiero rende
muto il linguaggio, priva di suono le parole, non dà alcun significato alle
immagini. Le attività intellettuali oggi sono prive di Carità perché non sono
al servizio della Verità e questo le svuota di senso. I sapienti stessi, per
questo, sono confusi, lo resteranno in eterno. Le cattedre spargono confusione
e complicazione, non portano alcuna chiarezza e semplificazione ma moltiplicano
le incertezze della conoscenza, l’oscurità delle soluzioni, la precarietà delle
realizzazioni, le fragilità dell’agire. La strada per uscire da questa
situazione è quella tradizionale, seguita da sempre, quella dei costruttori di
civiltà, l’imitazione di Cristo, spiegata, nell’omonimo libro, da Tommaso da
Kempis. Non scimmiottare Dio come fa satana, ma imitare il Dio fatto uomo, il
Cristo, fino alla sommità del Calvario, salendo con Lui sulla croce,
riconoscendo in questo la più alta realizzazione della Carità, saldi nella Fede
della Risurrezione. Zamlap coltiva e pratica la giovinezza :.. Introíbo ad altàre Dei. Ad Deum qui laetificat
juventùtem meam. “ Vicino a Dio che
fa lieta la mia giovinezza.” ( Ordinario della Messa) E’ la prossimità con Dio
che mantiene eternamente giovani. Un autore anonimo ha scritto: Sei vecchio quando…non quando hai una certa
età, ma quando hai certi pensieri; quando ricordi le disgrazie e i tanti torti
subiti, dimenticando le gioie che hai gustato e i doni che la vita ti ha dato.
Sei vecchio quando ti danno fastidio i bambini che giocano e corrono, i giovani
che si baciano. Sei vecchio quando continui a dire che bisogna tenere i piedi
per terra e hai cancellato dalla tua vita la fantasia, il rischio, la poesia,
la musica. Sei vecchio quando non gusti più il canto degli uccelli, l’azzurro
dei cieli, il sapore del pane, la freschezza dell’acqua, la bellezza dei fiori.
Sei vecchio quando pensi che sia finita per te la stagione della speranza e
dell’amore. Sei vecchio quando pensi alla morte come al calar nella tomba
invece che come salire verso il cielo. Se invece AMI,SPERI,RIDI, allora Dio
allieta la tua giovinezza anche se hai novant’anni. Zamlap vive l’eterna giovinezza, conosce
la porta per varcare la soglia del tempo, ha consapevolezza dell’eterno, vive
del dono di sé, si inserisce nel fluire eterno delle stelle, allunga la mano al
cielo e lo tocca, vive la poesia come pratica quotidiana, canta in versi liberi scritti nella luce, persegue l’inutile come forma d’arte, ascolta
la voce dei pianeti sparsi nell’infinito siderale dentro di noi, annulla l’utilità
dell’azione per trasformarla in arte, possiede il nulla per trasformarlo in
essenziale. Le sensazioni ed il loro passato sono
la sfuggente, transeunte, fluttuante materia inesistente, storicizzata dall’azione
come ricordo, per ricostruire le fratture del passato con il presente e costruire
un ponte per il futuro. Questa fresca brezza mattutina carezza la pelle, quanto
cammino ha fatto per giungere a me, non passa oltre, diventa mia nel ricordo ed
ora lo è per sempre, è un evento storicizzato dall’azione della parola. E’ il
miracolo della parola attraverso la liturgia del racconto. Solo il dolore ci
pone in contraddizione con i nostri ricordi, è lo straniero armato entrato
nella nostra casa di carne, ci combatte con armi fisiche e psichiche, distrugge
l’armonia della pace fatta di assenza di sensazioni, l’atarassia. Il dolore ci
rende estranei a noi stessi ma non si può distruggere la casa per liberarsene,
bisogna farselo amico, accettarlo come compagno dell’esistenza se non possiamo
liberacene. La compagnia del dolore è l’abito indossato dall’uomo che si scopre
nudo dopo il peccato originale. Il dolore è la consapevolezza della nostra
nudità, ci ricorda che abbiamo perduto il paradiso e siamo nudi in una valle di
lacrime. Zamlap si veste di dolore come il torero che entra nell’arena, come il
sacerdote che sale all’altare. Zamlap è l’uomo in frak, con il papillon di seta
blu, un cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di
cristallo, la gardenia nell’occhiello, è l’abito del suo dolore, ma non si tuffa nell’acqua del fiume per
annegarvi ma in quella della vita per navigarla, con il volo elegante dell’albatros, al di sopra della mota
della perduta gente ( Dante -Canto
III dell’Inferno), è il principe delle nuvole, abita nelle
tempeste, irride l’arciere, esule sulla terra tra gli scherni, non riesce a
camminare per le sue ali di gigante (da L’albatros
di Charles Baudelaire). Zamlap ha per principio il sublime come indeterminazione
fatta più di ciò che è sottinteso che di quello che è manifestato;
l’inquietudine razionalizzata con
l’ottimismo dell’azione liberata dall’agire, lascia fare a Dio quanto è utile,
tenendo per sé solo la fatica dell’inutile, come espiazione della colpa
originale.
( Letture consigliate:
Dante : III canto dell’Inferno; C.Baudelaire
L’albatros; Tommaso Da Kempis L’imitazione di Cristo; Fernando Pessoa Il libro dell’inquietudine )
LO STILE ZAMLAP
Si indossa
sotto la pelle o il pelo
E’ l’esercizio costante della vigile falsificazione popperiana di qualsiasi
stile, ispirata all’anarchismo epistemologico, esercitato nell’ordinario fantastico
quotidiano, “sfottò” esistenziale, pernacchia metafisica, risata iper-omerica,
elegante, raffinato, silente manico d’ombrello estemporaneo, al destino cinico
e baro, alla guerra fuori dalle lenzuola, alla mezza cultura, ai piccoli
torquemada della burocrazia, al potere dei politicanti di cartone, ai ladri arricchiti e ricchi ladri, alle puttane
devote, all’assassino pietoso, all’usuraio onesto, all’amico dell’operaio, in
breve, un calcio, dove non batte il sole, ai
paraculi, di ogni ordine e grado,
appostati nella palude
insieme ai coccodrilli per azzannare
l’uomo.
In occasione del
raggiungimento del traguardo del 50° numero
Siamo
stati nuvola, è l’ora della tempesta, il fulmine della verità squarcia la
nuvolaglia delle tenebre, il tuono del risorto si fa vento visibile nelle
chiome squassate delle foreste. “Zamlap” non ha alcun stile definito o definibile, è lo
stile pragmatico al di là del visibile e
dell’invisibile, dell’imponderabile, dell’indeterminabile, dell’imprevedibile,
al di qua dell’umano, è l’ordine temuto dal caos, è l’affermazione
dell’esistenza quando la verità diventa tangibile, come la terra sotto i piedi,
alta come il cielo sopra di noi, incommensurabile come gli abissi delle acque,
pesante come la notte portata dalle eclissi, leggera come la piuma sulla
bilancia del giudizio celeste. Lo stile si afferma come la verità per evidenza
ed è superiore ad essa perché esiste senza bisogno di dimostrazione, si vede ad
occhi chiusi, è il persistente chiarore
del sole al cadere delle tenebre, la pennellata di luce intangibile dalla notte.
Zamlap nega ogni stile per affermarlo, in coerenza all’imponderabile,
all’invisibile, al mistero insondabile, è l’oblio di ogni stile per perdersi in
tutti gli stili, in una metamorfosi da far arrossire di vergogna un camaleonte
e diventare calvo un uccello del paradiso. Zamlap è stile insincero per onestà
in tal modo da consentire alla verità di
essere vitale, come mettere barba e
baffi alla Gioconda, ne svela il segreto aggiungendo un essenziale
visibile senza annullare il mistero dell’invisibile. La dimensione spirituale è
il contenuto ricercato dallo stile nell’azione. Fare il nodo alla cravatta
esprime il concetto con la banalità dell’essenziale. Non fa mai lo sforzo
superiore alle proprie stille di sudore. E’ connaturata la facilità come
proprio attributo naturale. Una caratteristica riscontrabile nella Creazione dove
ogni cosa avviene spontaneamente, quindi, naturalmente. Lo stile agisce in
conformità alla propria natura, fatto a misura per il proprio agire, perfetto
per questo, non ha mai la fronte imperlata di goccioline, il fiatone, il viso
contratto dallo sforzo, l’occhio stravolto, la lingua penzoloni. Non c’è nulla
che possa affaticarlo, lo stile riposa, la sua forza non è mai nuda ma vestita
di calma si trasforma nella eleganza dell’azione d’acciaio sotto il mantello di
velluto. Può nascondersi nel costume del clown il corpo di Cristo flagellato alla
colonna. Lo stile “Zamlap” è maschera di comico quando più è triste il mondo ed è necessario irriderne la
malvagità e prendersi gioco della stoltezza feroce. Ci si veste della pelle
delle belve uccise, la testa della medusa orna il nostro scudo, lo stile è
ostentazione di trofei. S
'addice soltanto ai guerrieri, a quanti combattono e vincono. I perdenti non hanno stile, la sconfitta è sincera e la sincerità è la morte dello stile. La menzogna bellica, quella consentita anche nelle guerre d’amore, è la sola a rendere invincibile il proprio stile. Per questo prima di avere un nostro stile dobbiamo costruirci la nostra personale menzogna, dobbiamo decidere quello che non vogliamo essere per mentire, palesemente, a noi stessi, e, segretamente, agli altri, che alla fine possiamo anche ignorare per insignificanza. Lo stile si specchia solo in se stesso, a differenza di Narciso, non ha bisogno di alcun lago dove ammirarsi. La lista del non-essere è infinita ma si riduce ad una sola voce, la volontà positiva di essere solo noi stessi. Tante cose non vogliamo ma una soltanto è quella che vogliamo: il multiforme, il contraddittorio essere nel non-essere, la falsificazione sistematica delle certezze date per quelle conquistate, non scartare mai la possibilità che possano essere erronee e considerare l’errore soltanto una tappa, la stazione anche dolorosa della salita alla vetta. Lo stile si perfeziona fino ad identificarsi con il nulla per non pesare, per avere la leggerezza del sogno, per operare il miracolo di fare tutto con l’esclusivo nulla. Solo così il proprio stile lo si conquista per sempre, diversamente diventa la condanna di Sisifo allo sforzo inutile, a simboleggiare la vigilanza su se stessi come un macigno, da portare fino alla cima per rotolare in basso e poi risalire, all’infinito o fino alla rinunzia. Lo stile per questo è una condanna da cui ci si libera per dominarlo soltanto se si rinunzia alla verità dell’oggi per aver in cambio la verità di sempre. Lo stile così acquista la sua caratteristica essenziale di essere senza tempo, al di là del tempo, ammantato dell’aura dell’eterno. Lo stile di oggi è la verità di ieri che sarà domani. Questo ci consente di avere dei punti di riferimento non esistenti nel presente ma appartenenti al passato e creati per il futuro. Non è possibile chiamarli per nome, appaiono come la nebbia dopo una fredda giornata di sole autunnale. Sono fantasmi, presenze, si rivelano solo a chi vogliono. Vanno e vengono, appaiono e scompaiono. Ci consigliano, danno l’ultimo ritocco all’immagine, quello da maestro. E l’aura intorno risplende, la parola nasce sotto le dita, il colore si forma nel dipinto, si trova il verso giusto, appare la visione sempre cercata, si indovina l’abbinamento impossibile, l’idea si fa azione, ci convinciamo della magia ma è soltanto padronanza dello stile, del proprio stile . Siamo in sintonia con la poesia dell’Universo, balliamo al passo della sua musica, danziamo la sua danza, il nostro cuore è all’unisono con quello degli angeli. Siamo pronti per la metamorfosi della nostra umana materia. E’ solo questione di stile. Non lo si afferma per scelta, è sacrificio delle incrostazioni convenzionali, prudenti, accettate, dei convenevoli intellettuali, delle concordate cortesie per ospiti armati di microbi letali. Non ci poniamo domande sulle illusioni. Lo stile non chiede mai, a nessuno. Non ha domande, distrugge le risposte. E’ il silenzio la sua voce, piena di ogni suono, come il nero di tutti i colori, assorbe la luce dell’arcobaleno a segnalare la presenza del tesoro seppellito nel suo cuore.
Lo Studio “Zamlap” con il suo staff progetta installazioni e collocazioni museali, realizza opere per collezioni private, crea design, è moda, letteratura, poesia, opera d’arte vissuta, teatro di formazione. Picasso disse: Datemi un museo, ve lo riempio. “Zamlap” dice: Nessun museo è pieno senza Zamlap. Gorge Sand disse a Flaubert: Talento, volontà, genio, sono fenomeni naturali come un lago, un vulcano, una montagna, il vento, una stella, una nuvola. Zamlap dice: Quello che in un tempo immemorabile è stato un lago, un vulcano, una montagna, un pianeta, una stella, una galassia, una nuvola, una tigre delle nevi, un elfo, un delfino, una tempesta, oggi è Zamlap. Picasso disse: Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso. Zamlap dice: Ho voluto essere me stesso e sono diventato Zamlap”.
venerdì 6 novembre 2015
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